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| Obiettivo Doc: la Vernaccia oltre le Torri |
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Chiunque abbia passeggiato per le pittoresche vie di San Gimignano, in particolare quelle che portano alle due meravigliose piazze (Piazza del Duomo e Piazza della Cisterna) non può non aver notato che pressoché tutti i negozi o botteghe espongono in modo copioso confezioni di "Vino Toscano" o di "Vino di San Gimignano", spesso presentate a prezzi assai popolari.
Per le migliaia di turisti che praticamente tutti i giorni dell'anno riempiono gli incantevoli angoli della "Manhattan del Medioevo" (così la definiscono gli americani, che vedono nelle torri delle famiglie patrizie i predecessori dei loro grattacieli), ha una qualche importanza indagare sulla qualità del vino che acquistano? Oppure è sufficiente che nell'etichetta ci sia il nome e magari anche il ritratto delle torri di quel meraviglioso paese che rimarrà a lungo impresso nei loro ricordi?
La risposta più naturale che si può dare è che la qualità del vino che gode di un traino di questo tipo passa in secondo piano e questo fatto condiziona in modo negativo la produzione trascinando il prodotto verso un livello mediocre senza quello stimolo verso il miglioramento che è essenziale in un mondo in cui la concorrenza interna e internazionale si fanno sempre più agguerrite.
Questa era fino a poco tempo fa più o meno la situazione della Vernaccia di San Gimignano, che viene prodotta dall'omonimo vitigno (autoctono), e che nel 1966 è stato il primo vino in Italia a fregiarsi della denominazione d'origine controllata e nel 1993 ha ottenuto la DOCG. Il disciplinare prevede gradazione alcolica minima di 11% (11,5% per la riserva) ed una resa per ettaro di 90 quintali di uva.
La Vernaccia di San Gimignano è un vino che può avere spettro aromatico sia floreale che fruttato, bella dolcezza, buona struttura e può avere dunque le caratteristiche per essere un bianco di pregio che possa completare l'offerta vinicola di qualità di una terra, la Toscana, già ricca di grandi rossi. E per fortuna da qualche tempo l'appropriamento di un ruolo di questo tipo ha cominciato ad essere perseguito da alcuni produttori che hanno coraggiosamente sfidato la crisi di immagine legata, come si diceva, al facile mercato, ed hanno superato grandi difficoltà in un ambiente ormai adagiato sui facili profitti.
L'azienda che per prima ha probabilmente creduto nella Vernaccia come vino di qualità è stata la Teruzzi&Puthod, che oggi vanta 180 ettari di vigneti e un milione di bottiglie l'anno. Più di recente, l'alfiere del suo definitivo riscatto agli occhi della critica enologica deve essere considerato probabilmente Giovanni Panizzi (Tel. 0577.941576). Se si parla con lui, come è capitato di fare a noi di recente, si ha la perfetta visualizzazione del contesto in cui la "battaglia" è stata combattuta e gli sforzi che essa è costata.
Giovanni Panizzi arriva da Milano, e compra nel 1979 un podere di tre ettari, che oggi sono diventati, fra proprietà e gestione, quarantacinque. Le sue prime bottiglie escono nel 1989; fa il pendolare fino al 1994, finché non si stabilisce in Toscana. Quando arriva l'immagine del vino della zona è pressoché a terra, tanto che si sente dire: "Non vorrai mica fare Vernaccia?"
Siccome solo ora si cominciano a fare studi seri sul vitigno (all'Università di Firenze e ai Vivai Cooperativi di Rauscedo), Panizzi si trova ad avere a che fare con vivaisti che magari mandano per sbaglio anche qualche pianta di trebbiano, e si deve appoggiare ad un suo amico che lavora all'Istituto Sperimentale di San Michele Appiano. Ma le idee sono sufficientemente chiare: rese di sessanta quintali per ettaro, selezione massale spietata: i risultati arrivano, e questo dà le mo
In collaborazione con: Winereport
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