La Toscana ha un primato invidiabile: produce i vini italiani più esportati del mondo, grazie a vigneti che nascono e crescono in una fortunato connubio di climi temperati ed ambienti favorevoli. Scoprite i luoghi nei quali degustare o acquistare il migliore Chianti DOCG, il prezioso Vinsanto, il raro Gallo Nero, il prestigioso Brunello di Montalcino.
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Brunello di Montalcino 1995 San Filippo - Fanti

Il nostro itinerario nel grande vigneto di Toscana, non può che iniziare dalla denominazione e dal vino che, Bolgheri e Super Tuscan vari a parte, sta regalando il maggior lustro (e il business più rilevante…) ai viticoltori attivi nella terra di Dante, ovvero messer Brunello da Montalcino.

Ha percorso veramente molta strada il vino letteralmente “inventato”, poco più di un secolo orsono, nel 1888, dalla lungimiranza e dall’intraprendenza di un personaggio geniale come Ferruccio Biondi-Santi, presto coadiuvato dal figlio Tancredi e, in tempi più vicini a noi, dagli anni Cinquanta, dal figlio Franco, che continua ad essere il signore indiscusso del Greppo e il vero Biondi Santi, con buona pace di disinvolti inventori di sassallori, schidioni, ecc., del panorama vinicolo ilcinese.

Da vino quasi prerogativa unica di una famiglia, com’era ancora nel 1932, quando un rapporto governativo sanciva la sua identificazione con i Biondi Santi, passo dopo passo, dagli undici imbottigliatori del 1960 ai 25 del 1970, ai 53 del 1980 e alla novantina di dieci anni orsono, è diventato un vino che può contare su un numero di protagonisti in continuo aumento, che supera ormai abbondantemente il centinaio. Una progressione che rischia di mettere in crisi l’attivo Consorzio di tutela, il quale, ad ogni edizione della bella manifestazione – vetrina di “Benvenuto Brunello”, non sa letteralmente più dove sistemare i produttori che propongono in degustazione alla stampa specializzata e agli operatori i loro vini.

Parlare oggi di Brunello e del vigneto Montalcino (63 ettari vitati nel 1963, 292 nel 1975, 626 nel 1980, 937 nel 1990, 1200 nel 1996, 1500 in proiezione futura), significa parlare di un vino accolto, senza esitazioni né contestazioni, nel ristretto Gotha non solo dei grandi rossi italiani, ma in quel novero di “outstanding wines”, di vini fuoriclasse, al quale appartengono, accanto ai grandi francesi di Bordeaux, Bourgogne, Côtes du Rhône, solo qualche vino australiano, californiano o cileno, qualche grande spagnolo, e pochissime altre cose del resto del mondo.

Naturalmente quest’immagine da vino “superstar”, sancita da una serie d’annate di grandissimo valore (tra tutte 1985, 1988, 1990 e in prospettiva 1997) e da un’enorme vivacità della zona, ha subito scatenato un rialzo dei prezzi dei vini, delle quotazioni delle uve, delle aziende agricole e d’ogni singolo ettaro vitato, davvero incredibile. Per aggiudicarsi oggi una buona bottiglia di Brunello, anche di produttori esordienti, emergenti o alle prime armi, occorre essere disposti a sborsare, in cantina, cifre a partire dalle 40 mila lire, che si raddoppiano tranquillamente nel caso dei cru più prestigiosi e delle bottiglie delle versioni Riserva, sulla cui utilità e giustificazione vediamo con piacere che anche un conoscitore attento della produzione vitivinicola ilcinese come il wine writer americano-fiorentino Daniel Thomases nutre qualche fondata riserva.

Scatenato il meccanismo e la corsa ai rialzi e ancora alta la febbre per tutto quanto riporti in etichetta il nome di Brunello, non vediamo come sia possibile, a meno di una crisi di vendite e di mercato che nessuno si augura certo, riportare i produttori a più miti consigli.

Se venduti negli Stati Uniti a prezzi varianti dai 35 ai 100 dollari (con una media intorno ai 55), ovvero da 75 a 220 mila (con una media sulle 100 – 120 mila lire) i Brunello dell’ottima annata 1995, quella attualmente in commercio, ricevono senza problemi da Wine Spectator quotazioni che dagli 88/100 salgono sino ai siderali 94-96/100 di alcuni casi, senza che nessuno si scandalizzi più di tanto del loro prezzo, occorre prevedere per il grande vino a base Sangiovese grosso ancora molti anni piuttosto luminosi e autentiche “vacche grasse” dal punto di vista del bus

In collaborazione con: Winereport